domenica 21 giugno 2020

COME LA LEGGENDA DEL PIANISTA SULL'OCEANO







Caro Fr. Igino,
riprendo alcuni pensieri che le avevo inviato qualche anno fa’ perché ultimamente l’ho vista spesso in televisione e in qualche articolo di giornale, per il progetto di trasformare uno dei luoghi più “ambiti” di Torino in centro residenziale.
Sono passati quasi 50 anni da quando, assieme a due miei compagni di “matricola”, dai bassifondi di via Nizza, giungevo a Villa San Giuseppe. Conservo ancora il ricordo di quel primo contatto, l’aria leggera e familiare della collina prendeva il posto di quella umida e indifferente del piano, troppo vicino alla stazione, troppo lontano dalla mia natura. Provo, ora, un certo pudore nel ricordare quel ragazzo pieno di inquietudini, smarrito in una città dissonante dalle corde di chi era cresciuto in una cultura paesana, bucolica ma primordiale, che, fino ad allora aveva incontrato la modernità, quella vera, caotica e spregiudicata, omogeneizzante e relativistica, non quella consumistica appena iniziata, solo in qualche pagina di Pasolini (ahimé quanto profetico!), in un paio di film di Fellini e in qualche canzone di De Andrè. E poi non avevo capito niente della città. Bisognava immedesimarsi, togliersi l’abito da provinciale, cercare di capire e vivere. Ma per questo non serve a niente essere bravo a scuola, serve capire, comprendere la ragione delle cose, entrare nell’intimo dell’animo delle persone, avere la forza intellettuale e morale che un grande Torinese, Carlo Levi, aveva avuto, in un contesto quasi speculare. Bisognava semplicemente essere naturali. Qualcosa avevo percepito, aiutato da quel poco istinto paesano rimasto non artefatto: il vero contenuto di quegli anni cruciali a ridosso del '68, le aule occupate da compagni di corso (non in senso politico) molto confusi ma accomunati di sicuro dalla scarsa voglia di studiare e dal superamento di quel principio che a me avevano impresso fin da bambino che nulla si ottiene senza sudore. Ma certo non immaginavo il disegno di chi sfruttava quei malumori alimentati dall'invidia sociale e intellettuale, per realizzare la società dove tutto è sempre relativo a qualcos'altro, dove l'estetica dà regolarmente forma alla nullità, dove l'affermazione di sé è sempre inversamente proporzionale alla competenza, dove il valore della verità farebbe arrossire persino Pilato, dove l'ipocrisia che si respira, ora diventata strutturale, ha quasi sostituito l'ossigeno.
Sono passati 50 anni e tutto è cambiato, fuori di me e, apparentemente, dentro di me. Ora considero una fortuna non avere mai perso la capacità di confrontare ogni cambiamento con i principi basilari della mia formazione, alla quale Lei ha contribuito in misura decisiva: l’osservanza delle regole, tutte, anche quelle secondarie o non condivise, quale principio di convivenza, il rigore nel rispettare la gerarchia degli interessi personali, la caparbietà nel raggiungere gli obiettivi, il distacco abissale da porre tra valori fondamentali e tutto ciò che inevitabilmente e, a volte, in modo superfluo, riempie la propria vita, l'ascolto e la comunicazione quale alimento della stessa esistenza e ultimo, ma più importante, il costante riferimento al modello della nostra comune formazione religiosa.
Ho raggiunto tardi l’età della consapevolezza, nei ripensamenti e nelle riscoperte di quei principi. Adesso, anche se con una punta di presunzione intellettuale, non ho più pudore di appartenere alla generazione a cavallo tra l'epoca dell'aratro trainato dai buoi e quella dell'iPhone, desideroso di affrancarsi dalla prima ma che, ora, in questo tempo di scemenza globalizzata, al di là della facile nostalgia e consapevole di quanto è cambiato in meglio, ne rimpiange il contenuto di genuinità, ricchezza interiore, dignità, rettitudine, singolarità. Non rimpiango la “goliardia” da lei incoraggiata che, irretita dal “non consentito” perché propugnata dall’alto, perde la sua spontaneità e diventa parodia di sé stessa. Eppure quella vera aveva un senso, come il carnevale prima della manipolazione modernista, il rito di passaggio verso la vera maturità, la preparazione ad un mondo cinico nel quale è necessario schernire, per sopravvivere, ogni purezza esteriore, per rimanere puri dentro. Ora la realtà supera di gran lunga la finzione poiché la goliardia stessa è al potere.
Quel luogo, Villa San Giuseppe, lei lo ha plasmato con la sua carne, vi ha messo tutta la sua anima contadina, quella di una volta, austera, ruvida ma pietosa, inflessibile ma comprensiva, vi ha costantemente onorato la regola del fondatore del suo ordine religioso e assolto in pieno il desiderio dei donatori di quel bellissimo terreno e delle risorse per edificarvi la villa. Perché giustamente convinto che un uomo si deve plasmare attraverso la storia delle mille generazioni precedenti di cui lei è un portatore autentico.
Ora quella “scuola di vita” non serve più, semplicemente perché non c’è più la materia prima, non ci sono più gli allievi, tutti indottrinati e formati, pieni di sé già a undici anni, dal sistema educativo centralizzato, aculturale, perché monoculturale, costruttore del “nuovo ordine” senza Dio.
Lasci la nave che stanno per demolire, ora altre navi solcano gli oceani, piene di balocchi e di virus letali programmati per uccidere le nostre radici. Ora “quel mare scuro” non fa più paura, perché liquido come le nostre incertezze, scivoloso come gli ideali della nuova "civiltà".
Se ne deve fare una ragione, lei è vittima della metamorfosi del suo stesso ordine religioso di appartenenza che, come altri ordini religiosi, ha completamente accolto la “nuova religione”.
Se ne deve fare una ragione perché, in fondo, lei condivide la sua solitudine con quella di Chi, ritrovandosi solo la sera di quel giovedì, continua ancora oggi, più che mai, ahimé, a ritrovarsi solo.
Se ne deve fare una ragione perché quel che conta è che lei sarà sempre nei nostri pensieri, nei pensieri di tutti quelli che hanno avuto modo di conoscerla, baluardo inattaccabile nei più reconditi anfratti della nave della nostra anima, che stanno tentando ostinatamente di inabissare.

Claudio Gazzoli, in Villa San Giuseppe dal 1971 al 1975.





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