mercoledì 26 agosto 2026

ROMA ETERNA

 



Roma è “eterna”, anche se lo ignorano pure quelli che dovrebbero coglierne l’essenza preternaturale. Prendo spunto da un libro che sto leggendo: “Gesù a Roma” di don Ennio Innocenti e Ilaria Ramelli, per proporre una mia libera interpretazione, ovviamente non specialistica, elementare, anche in chiave di tragica attualità. Il libro ripercorre tutta la narrazione (affascinante) degli Atti degli Apostoli allo scopo di indicare un ineluttabile punto di arrivo: Roma.

At 23,11
La notte seguente il Signore apparve a Paolo e gli disse: «Coraggio! Tu sei stato il mio testimone a Gerusalemme: dovrai essere mio testimone anche a Roma»."

At 27,24
E poi, durante il primo naufragio davanti a Malta, su una nave alla deriva con 276 persone a bordo, un angelo “di quel Dio che io servo e al quale appartengo”:
Non temere Paolo! Tu dovrai comparire davanti all’imperatore e Dio, nella sua bontà, ti dona anche la vita dei tuoi compagni di viaggio”.

Provo una forte emozione ad “ascoltare” Gesù che pronuncia il nome “Roma”, rendendola, anche per la Sua scelta decisiva, “Eterna”. È la stessa emozione che provo ogni volta che ci ritorno (ci ho abitato quasi cinque anni, ma non è la stessa cosa…), pur con tutte le sue numerose e grossolane contraddizioni. Vi respiro un’aria che solo lì respiro, che mi fa evocare oltre la superficie delle vestigia mirabili. Provo invece sconcerto al pensiero di quanto hanno fatto e stanno facendo per cancellarne persino il ricordo. A cominciare dalla scuola (ovviamente) in cui, da un intero anno dedicato alla sua storia, si è passati ad accennare a grandi linee ad un percorso di 1300 anni, dedicando più spazio agli egizi, ai babilonesi, agli assiri, ai greci, agli atzechi.
Giulio Cesare, certo il famoso pizzarolo a cui hanno dedicato un viale in zona Prati”.
E questa non è un’altra storia. Un popolo che rinnega, anzi odia, il proprio passato, non ha un futuro.

Le domande che mi pongo sono due:
-   Perché Dio ha scelto di Incarnarsi in Maria proprio durante l’Impero di Augusto, più o meno nell’anno 25 dall’inizio dell’Impero Romano ?
-   Perché Gesù ha scelto, come sede della Sua Chiesa, proprio la capitale dell’Impero, Roma ?

Per rispondere bisogna cercare di entrare, anche solo in modo vago, nella mentalità romana, nel percorso impervio ma ininterrotto intrapreso da un gruppo di pastori (come i patriarchi?) che portavano al pascolo le loro pecore sugli avvallamenti, in parte paludosi, circondati da sette piccole alture.

C’è un passo di Virgilio che lo espone in modo sublime:
Eneide L. VI, 851
«tu regere imperio populos, Romane, memento
(hae tibi erunt artes) pacique imponere morem,
parcere subiectis et debellare superbos».

«tu ricorda, Romano, di governare i popoli;
questa la tua vocazione: imporre norme alla pace,
risparmiare chi si arrende, e debellare i superbi». Trad. V. Sermonti.

Ma qual è il legame tra la “missione” (“vocazione” la chiama il traduttore) che pervade, pur nelle sue cadute e frequenti efferatezze, quale fato ispiratore, la storia di Roma e la venuta di Nostro Signore nella storia ? Possiamo solo scorgere una piccola porzione della superficie del Mistero più grande della storia umana. Maria, come al solito, ci può aiutare. Se analizziamo il Magnificat, questa stupenda preghiera di ringraziamento che la Madonna recita davanti ad Elisabetta, scopriamo alcuni versi che possono servire a svelare questo legame:
        “ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
           ha rovesciato i potenti dai troni”
Scontata l’analogia tra questo passo del Magnificat e “debellare i superbi” del verso Virgiliano.

Una medesima analogia si può osservare tra il seguente passo e “risparmiare chi si arrende”:
         “la sua misericordia si stende su quelli che lo temono”.

Imporre norme alla pace” (qualcuno traduce, presupponendo “pacisque”, “imporre la civiltà con la pace”) perché la pace non può essere mantenuta senza il Diritto, senza il rispetto delle regole da parte di tutti i cittadini, garantito dallo Stato. Testimonianza di questa affermazione di Virgilio è l’invenzione del Diritto, voluto da Roma. Non che gli altri popoli, quali i Babilonesi, gli stessi Ebrei, i Greci, non avessero un sistema di leggi e di governo della giustizia. Roma lo ha usato come strumento principale di governo dei popoli a lei sottomessi. Lo ha imposto come garanzia di cittadinanza, lo ha considerato come il primo dogma del suo potere. Quando san Paolo, cittadino romano, fu condotto, nel 59, davanti al governatore Porcio Festo, per essere giudicato (ce lo avevano portato i soliti ebrei…), chiese di appellarsi a Cesare. Il governatore non poté sottrarsi e lo affidò, per il rocambolesco viaggio via nave, a Giulio, probabilmente un militare che doveva ritornare a Roma.
«Così Virgilio, nel VI libro dell’“Eneide”, consegna ai Romani la loro missione: governare, affermare la pace, risparmiare i sottomessi e—soprattutto—abbattere l’arroganza dei potenti. Quel debellare superbos non è un vezzo retorico: è il sigillo morale di una civiltà che pretende da sé stessa il difficile equilibrio fra misericordia e fermezza» (Lelio Deganutti).
Dio, che è (anche se lo hanno dimenticato) Misericordia infinita e Giustizia infinita, non ha problemi di “difficile equilibrio”.

Dio ha imposto le Tavole della Legge, dieci precetti perentori, chiari , asciutti, perché fossero la base della convivenza, della esistenza stessa del popolo di Israele. Vale ovviamente il contrario, la loro assenza o provvisorietà equivale a non convivenza e non esistenza. Ci vengono “imposti” decine di milioni di commi, mentre ci vengono tolte quelle dieci semplici regole, persino da chi esiste per ammonire di rispettarle.

Da un commento trovato in rete, scritto nel 2013:
«E' il rifiuto dello "jus", romano e cattolico, giusto e ordinatore, in nome di un soggettivistico "sentire" meramente esperienziale che però "ci fa stare bene"» Silente.

E va bene, questo è l’aspetto confessionale; ma il percorso di “liquefazione” della legge corre sui binari ormai paralleli della morale religiosa e del nostro essere cittadini. Il Decalogo era scritto su tavole di pietra, la primitiva legge romana era scritta su XII tavole di pietra, il codice di Hammurabi era scritto su una stele di granito. il Digesto su libri di pergamena. Le innumerevoli leggi dello Stato (più di un milione) sono scritte sull’acqua. Non costituiscono più un riferimento oggettivo, immutabile. Possono essere stirate, deformate, travisate, a seconda delle condizioni al contorno, dello “stato di necessità”, dei diritti, della nazionalità, della “razza”, della “casta” di appartenenza, della ideologia, della “politica”.

Si potrebbe pensare che la stessa genesi dell’Impero fosse stata voluta da Dio. Non come permissione, ma come volontà. La risposta di Gesù a Pilato avvalora questa ipotesi:

Giovanni 19,10-11
10 Gli disse allora Pilato: «Non mi parli? Non sai che ho il potere di metterti in libertà e il potere di metterti in croce?». 11 Rispose Gesù: «Tu non avresti nessun potere su di me, se non ti fosse stato dato dall'alto. Per questo chi mi ha consegnato nelle tue mani ha una colpa più grande».

«La città di Roma fu fondata come un'altra Babilonia o come figlia della prima Babilonia perché per suo mezzo piacque a Dio di soggiogare il mondo civile e di pacificarlo dopo averlo condotto all'unità di rapporti politici e giuridici.» Sant’Agostino, “La Città di Dio” libro XVIII,22.

Possiamo immaginare che il programma politico di Roma, anzi il suo recondito codice genetico, possa essere piaciuto a Dio.
Per questo “Roma delenda est”.






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