mercoledì 31 dicembre 2025

L'ANNO CHE VERRÁ


Ma la televisione ha detto che il nuovo anno
Porterà una trasformazione 
E tutti quanti stiamo già aspettando.

Sarà tre volte Natale e festa tutto il giorno
Ogni Cristo scenderà dalla croce
Anche gli uccelli faranno ritorno
Ci sarà da mangiare e luce tutto l'anno
Anche i muti potranno parlare
Mentre i sordi già lo fanno

E si farà l'amore, ognuno come gli va
Anche i preti potranno sposarsi
Ma soltanto a una certa età
E senza grandi disturbi qualcuno sparirà
Saranno forse i troppo furbi
E i cretini di ogni età


È un brano dal testo di “L’anno che verrà”, una canzone di Lucio Dalla della fine degli anni settanta, che molti ricorderanno. Il testo è dello stesso cantante, che ritengo in buona fede nell’avvertire la direzione che stava prendendo il vento impetuoso di quegli anni. Ora quella “trasformazione” è arrivata, come previsto dalla televisione.
In questo albergo a sei stelle, accudito e coccolato, cerco di starci solo con i miei atomi, non con la mia anima. L’anima è come un campo che ognuno, come il contadino, è chiamato a rendere rigoglioso, dove non servono proprio a nulla gli strumenti della modernità, ma solo utensili speciali formati con le proprie mani.


Auguro a tutti un buon 1026.

No, non è un refuso, vorrei augurare un anno con le stesse speranze di un bravo contadino, sulle terre di un monastero di queste parti, di mille anni fa, sotto il Ducato di Spoleto e papa Giovanni XIX sul soglio di Pietro:

che l’aratro non si danneggi;
che il cavallo da tiro non si ammali;
che le pecore diano tanto latte;
che le galline fetino in abbondanza;
che non arrivi la peste;
che non sbarchino i saraceni;
che l’acqua del pozzo non scarseggi;
che si raccolga tanto grano;
che non manchi mai il pane sulla mensa dei bambini;
che sant’Antonio protegga tutti gli animali;
che la Vergine Maria ci protegga da questo mondo di tenebre come solo Lei può fare.






mercoledì 24 dicembre 2025

L'ULTIMA PASTORELLA

 


Noi bambini sapevamo sì e no dove viveva. Abitava da solo e faceva una vita appartata; lo incontravo di rado in giro, a volte mentre usciva dal bar dove andava a farsi il bicchierino di mistrà. Era un tipo burbero ma particolare, un tipo insomma, una natura propria che lo distingueva dagli altri, ognuno irripetibile nelle comunità di allora, nel bene e nel male, perché la quotidiana lotta per la vita modellava i caratteri in modo artigianale, prima della grande omologazione industriale. Nessuno di noi aveva mai visto casa sua. Ebbi occasione di entrarci, accompagnando il sacerdote per la benedizione delle case, la settimana dopo Pasqua. Viveva nella parte ovest del paese, lungo una piazzetta senza uscita, dietro ad un muro che delimitava un piccolo orto. La casa aveva solo il piano terra, con il tetto molto basso sopra al quale si vedevano i coppi malconci, dai quali spuntava l’erba murana, tra il verde intenso del muschio. Entrammo in un grande, unico stanzone, illuminato da una piccola finestra, dalle pareti coperte di fuliggine di cui si sentiva l’odore acre, mentre dalle travi di legno del soffitto, che si potevano quasi toccare, pendevano antiche ragnatele, anch’esse annerite dal fumo. Il locale era occupato quasi del tutto da vecchi pianoforti, in attesa di essere riparati e accordati, da sedie spagliate, e, in fondo, accanto ad una piccola finestra, un pagliericcio molto simile a quello di sfogli di granturco, su cui dormivo quando ero dai miei nonni. Poi, su un lato, il camino col fuoco acceso, su cui era sospesa una stagnata, anch’essa nera di fumo, davanti al quale era seduto il padrone di casa che si alzò a fatica appena ci vide entrare. Era un uomo smilzo, forse attorno ai settanta, leggermente curvo, dai lineamenti scavati e il colorito scuro, i capelli ispidi ed ancora neri, con una giacca lisa di velluto sopra ad un dolcevita di lana grezza. Si schiarì la voce, accennò ad un sorriso, e gli uscì un “salve !”, rauco ma familiare, perché lui era l’organista delle due chiese del paese.

Era la sera di Natale di quello stesso anno e si avvertiva la festa tanto attesa, nell’aria e nelle cose, dalla luce fioca degli addobbi filtrata dalle finestre, dagli odori dei preparativi anticipati per il pranzo del giorno dopo, la gallina o il cappone per il brodo, i dolci natalizi, il croccante, “lu fistringu”, la pizza con i fichi. Era una serata fredda nel clima ma mite, calma nei sentimenti. Tirava un vento gelido da est, come a volte capita da queste parti, nei paesi arroccati sull’Adriatico. Nella nostra percezione del tempo, scandito dalle feste religiose, era il tempo della gioia, del calore divino venuto a scaldare le nostre piccole vite. Noi bambini cercavamo di resistere fino a tardi, giocando a tombola, anche perché c’era un’attesa speciale, per la messa di mezzanotte e per quella, solenne, del giorno di Natale. Erano quelle le due uniche occasioni in cui l’organista era solito suonare, al termine della liturgia, un pezzo magistrale che veniva chiamato “pastorella”, che dicevano avesse composto lui stesso ma che, probabilmente, aveva rielaborato da un brano musicale del seicento tedesco. La particolarità era data dal fatto che ogni anno vi apportava nuove variazioni, ritornelli, motivi, che lo rendevano unico e ne attiravano l’attesa.
La chiesa era stracolma, in piedi affollavano le navate fino al limite della balaustra, davanti al canestro con il bambinello che di lì a poco sarebbe stato scoperto. Ero impegnato al servizio dell’altare, nella liturgia di cui allora non percepivo la magnificenza, non era ancora avvenuto il cataclisma della rivoluzione. Si conosce a fondo l’essenza vera della perfezione solo quando arriviamo a soffrire per la sua pietosa parodia. Poi l’invocazione finale del celebrante, cantata in gregoriano, “ite missa est”.
Un breve silenzio, rotto solo dal rumore dei mantici azionati per dare aria all’organo, precedette l’attacco della “pastorella”. Lo avevano visto arrivare “accaldato”, con la punta del naso rosso paonazzo, ma quella sera l’organista volle dare il meglio di sé, quasi con il presentimento, come poi si avverò, che sarebbe stata l’ultima volta. L’attacco con il pieno dell’organo fece trasalire i presenti che davano le spalle allo strumento posizionato in alto, sopra l’ingresso della chiesa, anche se erano pochi quelli che si voltavano, perché sapevano che, in chiesa, non si danno le spalle al Santissimo. Poi la melodia, gioiosa e fluttuante, i trilli velocissimi, con le variazioni, le ripetizioni che l’esecutore, in modo improvvisato vi inseriva.
Quell’organo, aveva un registro particolare che imitava la cornamusa, che, forse perché logorato, faceva uscire un suono quasi stridulo, lamentevole, curiosamente simile al verso delle papere, ma squillante ed intonato. L’esecuzione della stessa melodia in quel registro, da solo, era l’apoteosi che introduceva, in modo sublime, al grande mistero della notte di Natale. Quindi l’accordo finale, con il pieno dell’organo, lunghissimo, travolgente, inebriante. Poi un silenzio sospeso, in un’epoca in cui ancora non era arrivata, per fortuna, la moda degli applausi, prima del brusio della calca all’uscita dalla chiesa. Con la cotta sotto il braccio presi il lungo corridoio dell’uscita laterale, quando mi investì una ventata di aria gelida. Intravidi, nel buio completo, un chiarore proveniente dall’esterno, che diventava sempre più luminoso, finché, arrivato sulla piccola porta di ingresso, mi accorsi che fuori era tutto bianco di neve appena caduta. Pensai che quel Natale sarebbe stato indimenticabile e, forse, irripetibile, perché, come capii molto più tardi, l’aria stava cambiando.
Il Signore riserva un posto speciale per gli artigiani della Sua Lode. Buon Natale, maestro Giannelli.
Claudio Gazzoli





lunedì 22 dicembre 2025

FRATELLO SOLE SORELLA LUNA

In un tempo in cui, per il crollo delle vocazioni sacerdotali, i preti sono costretti a fare la spola tra un comune e l’altro, tra una parrocchia e l’altra, Monterubbiano può dirsi un paese fortunato. Alla messa della domenica mattina sono due i sacerdoti presenti, uno celebra, l’altro canta, accompagnandosi con l’armonium e riempendo di melodie leziose tutto il tempo della liturgia, tranne la predica, ovviamente, anche se sarebbe opera di carità accompagnare vigorosamente pure quella.
Non fa mancare il sottofondo musicale neanche alla Consacrazione; fa niente se si tratta di melodia stucchevole e profana composta per il film di Zeffirelli su Francesco (il Santo ?) da un noto compositore di musiche da film, tra cui alcuni veri capolavori, come come “Il merlo maschio”, “Non commettere atti impuri”, "Dio, sei proprio un padreterno!" e “L’uomo che guarda” di Tinto Brass.




venerdì 19 dicembre 2025

ALTRA RELIGIONE

 

                           Angiolo Tommasi, La messa della domenica. Toscana 1890 circa.


Altri tempi, altro mondo, altro popolo, altre aspirazioni, altra devozione, altra messa, altra Chiesa, altra religione.

 

 

 

giovedì 11 dicembre 2025

TRADIZIONE

        «L'uomo nella prosperità non comprende, è come gli animali che periscono» (Salmo 48)

Lo avevo osservato anche lo scorso anno. Ormai anche questa tradizione marchigiana di rievocare, con l'accensione dei falò, il passaggio miracoloso della Santa Casa di Loreto, quasi a voler rischiarare il percorso degli Angeli (quelli veri !...), “lu focaro’ pe’ la Madonna de li Cuppitti”, è perduta. E non mi riferisco ai falò “ufficiali” che le varie associazioni organizzano per la “sera della venuta”, che hanno ormai il tono della rievocazione. Nessun falò nelle campagne e nei paesi che posso vedere da casa, solo il luccichìo dei led che ora rivestono gli alberi con strane figure che poco hanno a che vedere con il Natale. Ed effonde, dalle case, non visibile ma invadente, totalitaria e liberticida, soffocante ma sacrosanta, la televisione.
Ricordo, da bambino, mi divertivo a contare i fuochi che scintillavano nelle campagne, il segnale forte di una non ancora sopita pietà popolare, prima della devastazione dei primi anni sessanta.
Stanno uccidendo la TRADIZIONE perché costituisce un ostacolo al “nuovo umanesimo”, anzi “transumanesimo”, preparato per il nuovo ordine mondiale.
La tradizione non è “la sagra de la maialata in piazza”, quella semmai è l'anti-tradizione, è tutto il complesso di pratiche, usanze, abitudini, che hanno sfondato i limiti del tempo perché opportune, persuasive, valide, in una parola, belle. È la memoria di un popolo. È la facoltà di pensare secondo modelli perfezionati da millenni di dura, quotidiana lotta per la vita. La tradizione avvicina, dona corpo e dignità ad una comunità, la rende unica, la identifica. La tradizione è la nostra autentica cultura che ci accomuna ai progenitori, ci rende possibile una corrispondenza irrealizzabile, ci permette di invertire il tempo in un impercettibile accenno di eternità. La tradizione è l’unica materia che Dio ci permetterà di preservare, mentre di tutto il resto delle cose terrene, che ora ci sembrano sublimi, non rimarrà che il nulla assoluto della loro costitutiva essenza. È l’antidoto sicuro contro i veleni della modernità. La tradizione, preservata dalla memoria, è la nostra unica speranza terrena.




domenica 7 dicembre 2025

IL VIATICO

 

Nei nostri paesi e nelle nostre campagne, due secoli fa, quando Dio era ancora al centro delle fatiche umane, l’ostia consacrata che il prete portava, indossando il piviale, al malato che doveva ricevere l’estrema unzione, veniva accompagnata da una piccola processione con tanto di ombrello e lanterne.
Questo quadro di Francesco Gioli, “passa il viatico”, una istantanea della campagna toscana del 1878, che abbiamo ammirato visitando la Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Pitti a Firenze, ne coglie la malinconica coralità, il sentimento nobile della pietà popolare che si esprime con l’ultimo saluto della comunità contadina, nel consapevole, assoluto omaggio all’unico, vero Re. Da notare la contrizione delle tre figure in primo piano.
Poi è arrivata, catastrofica, pervadente, dissacrante, fetida, la rivoluzione, nella società e nella Chiesa. Ora, ministre e ministri, in borsa, in auto o in autobus, portano il viatico come la compressa di buscopan.